DIO RIDE

 



Il titolo annuncia il tema del film e mi ha ricordato il famoso romanzo di Umberto Eco, Il nome della rosa. La storia del famoso romanzo è ambientata in pieno Medioevo, quando un monaco benedettino preferì uccidere i confratelli, suicidarsi e accidentalmente bruciare un’intera biblioteca piuttosto che far trovare il Secondo libro della Poetica di Aristotele dedicato alla commedia e al riso.

 Il riso era considerato molto pericoloso, di Dio era necessario che il popolo avesse paura.

Il film di Veronesi è ambientato in Umbria nella metà del Seicento, nel terribile periodo in cui l’inquisizione vedeva eretici e streghe ovunque, un tempo buio, in cui gli scienziati dovevano abiurare le loro scoperte per salvarsi la vita.

Un monaco francescano Fra Leopoldo da Casamacchia scappa dal suo monastero a causa della peste portando con sé, sulle spalle, il priore ammalato di peste. Lo assiste fino alla sua morte e poi si reca al più vicino monastero francescano. Il priore, prima di morire, gli fa promettere che avrebbe sempre fatto sorridere i fedeli raccontando il Vangelo.

Fra Leopoldo era stato cresciuto dal priore, essendo un orfanello.

Per lui, quindi, era priore e padre.

Fra Leopoldo, un magistrale Pierfrancesco Favino, si fa notare in diverse occasioni da un sacerdote per la sua capacità di narrare i miracoli di Gesù in modo divertente e originale. La popolazione inizia a seguirlo e lascia deserte le chiese.

Il sacerdote solerte si indigna ad assistere ai racconti del frate francescano e lo denuncia. La Chiesa sente odore di eresia, ma soprattutto è centrale il problema della visione di Dio come colui che punisce i peccati, colui che condanna.

Di Dio non si può ridere. Ma il nostro frate la risata di Dio la sente dentro.

Lui ride con Dio.

 Fra Leopoldo racconta un Dio pieno di amore e di compassione. Per lui la fede è una buona novella, credere in Dio una gioia, sa di essere sempre accompagnato da Dio nella vita.

Il Papa invia l’inquisitore, un bravissimo Silvio Orlando, per indagare.

Il Cardinale Maculani si accorge della semplicità e onestà di Fra Leopoldo, cerca di convincerlo ad abiurare e ad accettare di stare in silenzio per 700 giorni, ma il monaco non accetta e viene consegnato agli inquisitori, che lo torturano.

Non proseguo nel racconto per lasciarti il desiderio di vedere questo affresco di un’epoca che ha mietuto molte vittime innocenti a causa di una Chiesa arroccata su una lettura delle sacre scritture che non contemplava eccezioni alla linea dettata dal Concilio di Trento.

Il cardinale e la giovane contessa Isabella del Debbio (Alma Noce) che prova a salvare Favino in ogni modo, annunciano le idee dell’illuminismo, ancora lontano per poter salvare il nostro monaco.

Il regista si è ispirato alla storia di San Filippo Neri per raccontare il frate che racconta il Vangelo in modo comprensibile a tutti, mentre l’inquisitore, il cardinale Maculani è realmente esistito e il suo nome è legato a quello di Galileo Galilei.

Infine, ricordiamo Papa Francesco che, durante un incontro con artisti del mondo dell’umorismo, ha pronunciato queste parole: Noi abbiamo bisogno del senso dell’umorismo, la capacità di ridere di sé stesso e degli altri, questo ti fa il cuore grande”

Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia come evento di chiusura, ti consiglio di vederlo, per l’argomento e per i suoi attori, tutti bravissimi.

 

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