35° TORINO
FILM FESTIVAL
24.11 –
2.12.2017
Ogni anno
aspetto questo evento. Ogni anno cerco il programma cartaceo, quello on-line
non mi soddisfa, non si sottolinea, non si può commentare , mentre quello cartaceo
lo sottolineo e lo coloro per evidenziare quei film che, dal breve sommario e
dagli autori, mi pare possano meritare il mio tempo. Poi chiedo consigli. Ai
miei amici che so che frequentano il TFF e leggo le recensioni. Sono molti i
film e i doc in programmazione e indubbiamente c’è da perdersi.
Non si
incontrano le star, non ci sono tappeti rossi. C’è tanta gente come me che ama
molto la settima arte.
E poi,
conquistati i biglietti, inizia la giornata. Giorni fa la mia è iniziata alle
9.45. Un orario in cui abitualmente si lavora. Come in un flash mi sono
ricordata di quando, giovanissima, guardavo i film d’estate, i film al mattino
su Rai 1. Non so se il mio ricordo sia corretto, quelli erano tempi di poche
trasmissioni e di pochissimi canali. In ogni caso vedere un film al mattino era
per me una cosa trasgressiva. Al mattino si studia o si lavora. Ecco, ho
riprovato quel sensazione di trasgressione.
In una
giornata ho vissuto tante storie, mi sono avvicinata a modi di sentire e di
vivere diversi dai miei, ho letteralmente perso il contatto con la mia vita e
la mia realtà, come quando leggo o ascolto la musica.
Questo dono,
perché è un dono, uscire da sé per accogliere altre storie, comprendere che il
mondo e l’umanità è molto vasta, questo dono va coltivato fin dalla tenera età.
Ai miei ragazzi, ai miei figli e a tutti i ragazzi che ho incontrato nei miei
anni di insegnamento, ho sempre detto che la cultura è la vera droga, quella
che non solo non ci fa male, ma addirittura ci fa un gran bene. Prima di me lo
disse William James, persona decisamente autorevole.
Il mio blog
rappresenta il desiderio di continuare a consigliare di percorrere questa
strada. Tutti sappiamo che l’attività sportiva produce endorfine e ci fa stare
bene, tutti sappiamo che meditare ci fa stare bene, non tutti sanno che la
visione di un film o la lettura di un libro o l’ascolto di una musica ci fa
stare bene. Molto bene. Ancora di più se poi scopriamo il piacere di scrivere,
il piacere di realizzare un doc o un corto o il piacere di suonare uno
strumento.
In sala intorno
a me quasi tutti si raccontavano i film già visti, si consigliavano, si davano
appuntamento per i prossimi. Ho sentito giovani dire che avrebbero visto 8 film in un giorno.
Io incontro
sempre gli stessi amici, ogni anno, nelle sale.
I miei
cinque film in due giorni impallidiscono al confronto con le maratone altrui.
Vere e proprie ubriacature da parte di chi non è un critico cinematografico o comunque
un addetto ai lavori.
Quando vivo
questi eventi mi ricordo perché vivo in città, diversamente non riesco bene a
capire cosa mi trattenga dal vivere altrove.
La città è
questo, incontro di storie, luoghi di incontro, socializzazione, costruzione di
senso, costruzione di valori.
Non che in
mezzo alla natura non sia possibile, anzi, è la natura a darci il senso e il
valore in sé e per sé, ma in mezzo alla natura si cammina, si nuota, si naviga,
si scia, si scala, si va in bici, ma raramente si crea cultura. Forse è questo l’errore, la
scissione tra la città e ciò che c’è fuori dalla città. Sogno città sugli
alberi, sogno città sull’acqua, sogno città vivibili, dove io non debba
rinunciare a nessuno dei due elementi che connotano il ns essere, dove io non
debba scegliere dove stare.
Ho visto Talien, se a te lettor* può
interessare. Non sarà facile vederlo nelle sale cinematografiche e per questo
lo segnalo con piacere.
Un giovane
33enne accompagna il padre, nativo del Marocco, in Italia da 37 anni, nel viaggio di ritorno a
casa, perché a casa si sta bene, perché è a casa che si deve tornare,
nonostante la sua vita in Italia sia stata molto positiva. Durante il viaggio
il padre racconta tutta la sua storia al figlio e, mentre racconta la vita di
un immigrato e le sue vicissitudini, ci racconta un pezzo di storia
dell’Italia.
L’Italia
degli anni 80, anni in cui in alcuni luoghi la gente lasciava le chiavi fuori
dalla porta di casa, italiani generosi che compravano con facilità i manufatti
che il padre vendeva, un’Italia in cui i soldi c’erano e chi emigrava trovava
lavoro facilmente. E così balza agli occhi
un’Italia che respinge i migranti e un’Italia che li accoglie, un’Italia
ricca e una che si è impoverita. Lo sappiamo, certo, ma lui ce la racconta con
semplicità, con il suo sguardo di migrante.
Una donna,
la moglie, il cui arrivo in Italia e la conseguente solitudine l’ha condannata
ad una lunga malattia, ad una tristezza profonda che oggi chiamiamo
depressione, ma ieri era solo melanconia.
Il figlio
invece è italiano, parla persino in dialetto, ma non trova lavoro, è disoccupato, come
tantissimi giovani e non sa più cosa fare. Ha 33 anni.
Un padre e
un figlio, come tanti padri e tanti figli in Italia alle prese con un
cambiamento epocale e disorientante.
Il giovane
regista, Elia Mouatamid, che ha rappresentato la storia di suo padre era in
sala, proprio dietro di me ed io, riconosciutolo, non ho potuto fare altro che
complimentarmi, insieme a tutti i presenti.
Secondo film: “Final Portrait” di Stanley Tucci.
Racconta la
storia dell’elaborazione del ritratto dello scrittore James Lord da parte dello
scultore e pittore Alberto Giacometti. Giacometti, rappresentato da Geoffrey
Rush, è caotico, vulcanico, eternamente insoddisfatto delle sue opere. Lo
scrittore, che avrebbe dovuto posare per poche ore, si ritrova a condividere la
follia del genio e a posare per settimane intere prima di riuscire a ripartire.
Uno spaccato molto interessante sulla fatica della creazione artistica. Ottimi
dialoghi.
Segnalo un
film che sarà sicuramente proiettato nelle sale cinematografiche: “Smetto quando voglio ad honorem”. Premetto
che non ho visto i due film precedenti
del regista Sydney Sibilia, ammetto che questo film, nel quale recitano ottimi
attori, tra cui Lo Cascio ed Edoardo Leo, mi ha divertito.
La banda dei
ricercatori, professori universitari, le migliori menti, sono in prigione per
un errore e evadono per sventare una strage all’Università La Sapienza di Roma
con il gas nervino.
Segnalo “Amori che non sanno stare al mondo” di
Francesca Comenicini.
La
rappresentazione della fine di un grande amore, il tormento di una donna che
non vuole che l’amore finisca e che continua a tenere in vita il ricordo dell’amore
fino al giorno in cui una giovane studentessa l’aiuterà a capire che può vivere
da sola. Ottima l’interpretazione dell’attrice Lucia Mascino innamorata di un
algido Thomas Trabacchi.
E per finire
ho visto Tito e gli alieni di Paola
Randi. A me è parso un modo delicato di
trattare il tema del lutto in una finzione cinematografica in cui
apparentemente si cercano i contatti con gli alieni nell’area 51.
Il festival
continua, buona visione e buon divertimento.
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