SETTIMANA DELLA DONAZIONE DI ORGANI E TESSUTI

 

Cara lettrice, caro lettore

In occasione della settimana della donazione di organi e tessuti, oggi affronto questo difficile argomento grazie ad una intervista.

In realtà è un tema sul quale veniamo tutti invitati a riflettere ogniqualvolta rinnoviamo la nostra carta d’identità.

La domanda per te è: in quel momento, dopo una fila estenuante o dopo aver faticato a trovare un appuntamento, ti sei sufficientemente informato per poter rispondere su un tema così importante? Quando hai compilato il form con la richiesta dell’appuntamento, hai aperto la documentazione relativa al tema donazione?

Parlare di donazione di organi significa parlare di morte, affrontare l’idea della propria morte.

Quanto siamo abituati a pensare alla nostra morte?

Sul tema della morte, oggi per età anagrafica e ieri per formazione culturale, rifletto da quando ero adolescente, o meglio ho molto chiaro il concetto di fragilità della vita oltre a quello di preziosità della vita.

Gli esperti mi dicono che questo modo di stare al mondo non è comune, lo ribadiscono i tanatologi, come Padre Bormolini, lo ribadisce una esperta che oggi ho avuto l’onore di intervistare, la Dottoressa Anna Guermani.

Sono emozionata di incontrarla, so che ha poco tempo, è anche madre di quattro figli, di cui uno disabile grave.

Ci incontriamo qualche volta dal panettiere sotto casa, abitiamo ad un isolato di distanza, un saluto cordiale, veloce e nulla più da anni.

Svolge un lavoro importante, a discapito del suo modo semplice e riservato di porsi.



Le chiedo un’intervista per te che leggi. Nella speranza di essere utile.

L’appuntamento è ad un bar, seduta ad un tavolino all’aperto, per godere pienamente del caldo inatteso di questi primi giorni di aprile. La vedo arrivare: magra, agile, capelli castani con riflessi rossi, occhiali e un’aria un po' stanca, un bel sorriso e oggi una carnagione piena di lentiggini, frutto dell’esposizione al primo sole primaverile nelle giornate pasquali.

Inizia subito a raccontarsi, senza aspettare domande.

“Il motivo per cui faccio questo lavoro, ovvero la coordinatrice regionale delle donazioni e dei prelievi di organi e tessuti del Piemonte e Val d’Aosta, è mio figlio Vittorio.

Vittorio ha oggi 21 anni ed è gravemente disabile. Per vivere ha bisogno di tre persone che ruotano nelle 24 ore, non è possibile lasciarlo solo.

Prima di Vittorio, Anna aveva avuto due figlie: una è medico e si sta specializzando in medicina interna e una è ingegnere informatico e lavora all’estero.

Anna è una anestetista e, quando nacque Vittorio, si rese conto che non riusciva a gestire il suo lavoro e la famiglia, come aveva fatto fino a quel momento.

Si ferma e cerca sul suo telefonino le foto dei suoi figli. Me li mostra con molto orgoglio.

I primi tre anni di vita di Vittorio sono stati molto difficili.

In quel periodo era un medico anestesista dipendente delle Molinette e l’allora coordinatore regionale delle donazioni, il Dottor Donadio, le propose di lavorare con lui.

Successivamente, per riappacificarsi con la vita, decise con suo marito di essere nuovamente genitore e nacque l’ultimogenito, che lei chiama scherzosamente Sinner, perché ha i capelli rossi e gioca a tennis, oltre ad essere un giovane liceale.

Il mio lavoro è unico, tocca ambiti quanto mai diversi. Il mio collega ed io supportiamo i medici e gli infermieri degli ospedali del Piemonte e Valle d’Aosta quando in terapia intensiva c’è un donatore; organizziamo numerosi corsi di formazione, alcuni dei quali dedicati alla comunicazione con i familiari; ci rivolgiamo ai cittadini, con campagne di comunicazione sulla donazione di organi e tessuti; infine dedico parte della mia attività alle interazioni con le istituzioni, il Centro Nazionale Trapianti da un lato e l’Assessorato alla Sanità dall’altro.

Siamo solo due medici e viviamo entrambi intensamente il lavoro, che non termina con la fine del turno. Il pensiero è sempre lì, ai pazienti che hanno urgente bisogno di un donatore o di una donatrice.

Mi racconta con soddisfazione che le regioni che hanno un maggior numero di donatori sono: l’Emilia-Romagna, il Veneto, la Toscana e il Piemonte.

La più grande azienda sanitaria per trapianti è la Città della salute di Torino.

Il Piemonte ha questo alto numero di donatori perché abbiamo medici molto preparati, che sanno riconoscere un potenziale donatore, e cittadini capaci di donare.

La sanità pubblica sappiamo tutti che arranca; chi di noi non ha atteso per mesi per un’operazione e per mesi o anni un’analisi, una ecografia o una colonscopia, in questo caso, nel caso delle donazioni e prelievi di organi, eccelle.

Questa sanità pubblica riesce ancora a fare cose eccezionali, e mentre lo dice i suoi occhi si illuminano. Questa è la sanità che funziona: medici, infermieri, laboratori analisi, radiologi, logistica, autisti, coordinamento regionale e nazionale, tutti lavorano per arrivare allo stesso scopo: salvare una vita.

Immagino già un lettore che pensa al caso del piccolo Domenico: sappi lettore che non le ho chiesto nulla del caso specifico.

Le regole per avere diritto a ricevere un organo sono rigide e chiare, gli organi vengono assegnati ai pazienti in lista di attesa in base alle condizioni di urgenza e alla compatibilità. Ogni cittadino può scegliere dove farsi trapiantare.

Tutto questo alimenta la speranza: sapere che il servizio che si occupa di identificare i donatori, prelevare gli organi, conservarli e trapiantarli a chi ne ha realmente bisogno, in qualsiasi regione viva, funziona perfettamente e riesce a salvare vite, è fonte di speranza.

Il punto è che qualcuno potrebbe temere che la donazione degli organi avvenga quando non si è del tutto morti e, all’anagrafe, al momento di decidere se rientrare tra i potenziali donatori, sceglie per il no. Le pongo questa domanda e la risposta è chiara: ciò che spaventa molte persone è che nella morte cerebrale il cuore batte ancora, questo fa pensare che uno sia ancora vivo. In realtà il cervello non funziona più, l’EEG è piatto, e quindi siamo morti, ma il cuore batte perché riceve l’ossigeno dal ventilatore, se tolgo il ventilatore il cuore non riceve ossigeno e si ferma. E’ tutto artificiale. Il donatore è morto due volte, una volta per i medici, che fanno la diagnosi della morte, e una per lo Stato, perché tre specialisti ricontrollano tutto e firmano il certificato di morte.

Questa paura è molto diffusa, ma basta informarsi per sapere che è infondata.

Noi dobbiamo comunicare, far sapere: importante è avvicinare i ragazzi in IV e V superiore. E’ vero che la morte per loro è un evento lontano, ma, se ben informati, possono decidere al momento della carta di identità e diventare cittadini attivi, partecipi della società.

Dal 13 al 19 aprile ci sarà la settimana della donazione, che terminerà il 19 con la giornata nazionale della donazione. Durante la settimana, presso le varie sedi dell’anagrafe di Torino ci saranno dei volontari per informare i cittadini.

Oppure si può visitare il sito www.donalavita.net.

Donare è un verbo bellissimo. Donare è un inno alla vita.

Forse non mi rendo conto che nella vita potrei avere bisogno anche io; questa considerazione dovrebbe produrre un cambiamento di prospettiva.

Se hai già espresso la tua decisione e decidessi di cambiare idea, sappi che puoi farlo anche con un testamento olografo, da tenere nel portadocumenti con la carta di identità. Oppure puoi recarti presso gli sportelli Asl dedicati e registrare la tua volontà di diventare donatore.

Mia madre, morta a 99 anni e mezzo era donatrice Aido. Mamma morì nel 2012 e quando divenne donatrice non esisteva nessuna anagrafe digitale, per cui lei aveva il suo tesserino e ci ricordava periodicamente di questa sua volontà. Quando compì 90 anni le dissi che forse non era più possibile essere donatrice di organi e lei, un po' offesa, mi rispose che si era informata e i tessuti e le cornee erano donabili.

La Dottoressa mi ha corretto dicendomi che anche il fegato è donabile ad ogni età.

Grande donna, mia madre. Eppure, temeva la morte, ma con la morte si confrontava, non la evitava, ne parlava, la affrontava.

Tutti temiamo la morte.

D’altronde, noi moriamo tutti i giorni: le nostre cellule si rinnovano continuamente e noi non siamo mai quelli di prima, siamo sempre diversi. Se cogliamo il fluire della vita, il continuo divenire, lo scambio con l’ambiente che ci circonda, possiamo comprendere meglio l’importanza del donare.

Infine, ma non meno importante, se vogliamo ragionare in termini economici, una persona in dialisi costa molto di più allo Stato di un trapiantato di reni, che torna a lavorare e non necessita più della dialisi.

Sempre sorridendo, la coordinatrice regionale mi dice che esistono studi specifici nei quali si evidenzia il risparmio per lo Stato e aggiungiamo noi, la qualità della vita ritrovata per il trapiantato e la sua famiglia.

Capisco che questo tema non si esaurisca con delle considerazioni di carattere scientifico: la morte ci interroga ogni giorno, intorno a noi le guerre e i disastri dovuti al cambiamento climatico ci ricordano la nostra fragilità. Ma la donazione sembra un modo per dimostrare che siamo interconnessi e che forse questa morte possiamo un po’ sconfiggerla.

Chi legge e ha più di quaranta anni si ricorderà del caso del piccolo Nicholas Green. Aveva 7 anni quando in vacanza in Italia con i genitori venne ucciso da due malavitosi sulla Salerno-Reggio Calabria. L’auto fu scambiata per quella di un gioielliere che volevano rapinare. I genitori decisero di donare gli organi di Nicholas. Il 16 febbraio 2026 il padre, oggi novantasettenne, fu intervistato da Franco Giubilei per la Stampa.

Dice al giornalista: “il problema più grande nei trapianti è la carenza di organi donati. Quasi in ogni Paese del mondo molti pazienti in lista d’attesa muoiono. Il trapianto è un miracolo della medicina: oltre il 75% dei riceventi di un cuore è ancora vivo 5 anni dopo. Anche se all'epoca in cui Nicholas fu ucciso i tassi di donazione in Italia erano tra i più bassi dell'Unione Europea, le competenze mediche c'erano quando sono servite. Ogni famiglia che ha un membro in morte cerebrale può scegliere tra seppellire gli organi o salvare la vita di diversi pazienti. Il ricordo più sorprendente è il modo in cui tutta l'Italia si è unita per consolarci e poi ha trasformato quella compassione nel beneficio più concreto possibile, proprio triplicando le donazioni di organi nei dieci anni successivi, un tasso di crescita che nessun altro Paese ha nemmeno avvicinato…. Sono in contatto con chi ha ricevuto gli organi di mio figlio.  Tra noi c'è un legame come nessun altro che abbiamo mai avuto, che aiuta entrambe le parti.

Credo che ognuno di noi debba fare lo sforzo di pensare che la scienza e la medicina hanno fatto passi da gigante negli ultimi decenni e che ciascuno di noi, come sempre, deve dare la propria adesione, il proprio consenso affinché questi progressi non si annullino per la nostra indifferenza o per le nostre paure.

 

 

 

 

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