EVVIVA LA LEGGE BASSANINI BIS
Oggi, caro lettore e cara
lettrice, ti racconto la storia di una donna di sessantacinque anni, che
conosco da molti anni, quando eravamo due giovani mamme e ci interrogavamo su questioni
educative.
Cosa avrà di interessante, di
curioso questa Signora, che abita a Torino, in un appartamento appollaiato ad
un quinto piano senza ascensore con splendida vista sulla Mole Antonelliana?
Ci diamo appuntamento dopo
l’orario lavorativo, il suo, perché come sai io sono felicemente pensionata e
prima di intervistarla ho partecipato al gruppo di lettura, presso la
Biblioteca Geisser, dove altri pensionati come me si dilettano a confrontarsi sui
temi che emergono dalle letture scelte.
La terza età è un tempo lento,
fisiologicamente lento, un tempo per camminare e leggere, magari meditare e
incontrare amici, è tempo per i nipoti, è tempo di tè e non di veloci caffè in
piedi.
Per questo motivo accolgo
Susanna, il suo nome, con una fumante teiera, per darle il tempo di rilassarsi,
dopo la sua giornata lavorativa.
Nella società contemporanea, la
società liquida del sociologo Zygmunt Bauman, tutto si confonde, tutto si
mischia, si chiede agli scalpitanti ed energici giovani di aspettare un tempo
infinito prima di mettersi alla prova e agli anziani, lenti e acciaccati, di
lavorare ancora.
Lavorare ancora a sessantacinque
anni è una novità degli ultimi quindici anni della nostra Repubblica, diciamo
dopo la famosa e famigerata Legge Fornero, che non è mai stata abrogata, come
sventolato come una clava da chi siede da decenni in Parlamento, bensì
peggiorata, se è possibile, per i lavoratori ancora in servizio.
Il pensiero corre ai giovani, che
non sanno se e quando andranno in pensione, che sono costretti a pagarsi delle
assicurazioni private per garantirsi un minimo di pensione da vecchi.
Torniamo alla nostra amica, sessantacinque
anni splendidamente portati, caschetto di capelli sale e pepe, più pepe che
sale, curata ed elegante, gentile e cordiale.
Conosce diverse lingue, ha
diversi interessi ed è molto creativa,
questo lo so già.
Gli scienziati a breve ci
comunicheranno che per affrontare bene la vecchiaia è necessario lavorare,
sempre.
Scherzo, so bene che alcuni
lavori, quelli usuranti e non solo, dopo una certa età sono pericolosi: i
riflessi sono rallentati, le forze non sono le stesse, la stanchezza di una
vita si somma, anzi si moltiplica nelle ossa e nei muscoli.
Mi dice: ricorderò sempre il 7
novembre del 2023, ovvero il giorno in cui ho sostenuto la prova orale, l’ultima,
del concorso per istruttore amministrativo per
il Comune di Torino. Sono stata convocata in Via Corte d’Appello ed eravamo
tutti riuniti, i convocati, quelli che avevano superato già due prove, nella
bella sala Juvarra dove vengono celebrati i
matrimoni civili.
Non posso dimenticare me
stessa seduta dalla mattina alle 9 circa fino al momento in cui sostenni il
colloquio, attorno alle 11.30. Vissi un
tempo che mi parve infinito, avrei potuto ripassare, ma non riuscivo a fare nulla;
vissi in una sospensione del tempo, come quando entri in una sala operatoria e
aspetti il tuo turno e non sai come andrà, ma dall’esito dell’operazione
dipende la tua sopravvivenza. Indossavo i miei accessori preferiti, un paio di
orecchini pendenti asimmetrici e un foulard di seta blue e giallo, e continuavo
ad osservare gli altri seduti come me su sedie allineate in varie file, nessun
bisbiglio, tutti con la stessa espressione seria, un po’ tirata, in attesa del
proprio turno, un colloquio che sarebbe durato al massimo 15 minuti. Dai
finestroni si intravvedeva un cielo plumbeo ma le temperature fuori erano
ancora miti.
La parola si ferma nella gola,
gli occhi si arrossano e si commuove.
Tanto grande può essere
l’emozione di affrontare un concorso, tanto grande può essere l’importanza di
superarlo, specialmente se nella tua vita non hai mai pensato di farlo, se non
lo hai mai fatto prima, se lo fai quando hai già 63 anni e temi lo sguardo
della commissione, che si aspetta giovani da inserire nella pubblica
amministrazione, come sarebbe giusto che sia.
Invece no, arrivo io, a cui
mancano diversi anni per andare in pensione, io che ho sempre lavorato nel
privato e che alla mia età non riesco più a trovare un lavoro, io che ho
ripreso a studiare come una matta, passando da momenti di sconforto totale,
essendo materie mai studiate in vita mia, a momenti in cui trovavo la forza,
grazie soprattutto alla pazienza e all’incoraggiamento continuo di mio marito
ma anche al “tifo” di mia figlia, di caricare la sveglia, alzarmi e mettermi
alla scrivania a studiare, a provare i testi dei concorsi precedenti, a non
demordere.
Quando ho terminato la prova
ho vissuto un momento di vertigine. Avevo finito, avevo dato tutto ciò che
potevo. Appena uscita ho chiamato mio marito per raccontargli tutto d’un fiato
com’era andata e poi, ancora frastornata, sono entrata in quel piccolo caffè
storico proprio all’inizio di via Corte D’Appello per un macchiato. Dopo ho
camminato, o meglio ho ondeggiato, fino a casa in uno stato di totale
leggerezza e svuotamento.
Il colloquio l’ho superato
brillantemente. Avrei dovuto solo aspettare la chiamata e l’assegnazione.
Il diavolo a volte ci mette lo
zampino, oppure il destino, fai tu come preferisci.
E così succede che riceve la
convocazione per l’assunzione nel mese di dicembre. La macchina organizzativa
del Comune è stata efficace e veloce. Susanna è felice, seppure timorosa di
dover iniziare un lavoro totalmente nuovo, ma molto motivata al punto che il
giorno prima si adopera a sistemare casa in vista delle imminenti festività
natalizie; tanto si è adoperata a cercare addobbi e decorazioni varie che distrattamente
cade da una scaletta e riporta una microfrattura al piatto tibiale. Il giorno
prima della presa di servizio.
Ho pensato ad un sabotaggio
del fato ma oggi so che si è trattato della conseguenza di un’inconscia,
eppure, elevatissima ansia cresciuta alla vigilia di questo importantissimo e
attesissimo appuntamento che mi ha fatto perdere “l’equilibrio”.
Non ne vuole sapere di pronto
soccorso o altro: ricordi i 5 piani di scale a piedi?
La mattina del fatidico giorno
scende i cinque piani, senza avere tutori, stampelle, gessi e si reca alla
presa in servizio.
Quel giorno e i successivi, fino
alle feste natalizie, sopporta il dolore: ha aspettato quasi un anno quel
momento, non può proprio prendere cura di sé.
A Capodanno una sua amica medico
chirurgo la invita a fare una radiografia, dalla quale si evince che deve stare
ferma per tre mesi.
Ferma? Impossibile!
Con un tutore e due stampelle,
aiutata dal marito che l’accompagna al suo nuovo lavoro, per 40 giorni continua
quotidianamente a salire e scendere i suoi cinque piani di scale con vista Mole
e a svolgere le sue nuove mansioni, saltellando e cercando di non pensare
troppo a questa inattesa situazione invalidante.
Mi sorride, oggi, a distanza di
due anni è molto soddisfatta del suo lavoro e delle sue colleghe.
Due in particolare le chiama i
miei angeli, è molto grata per l’accoglienza ricevuta, per il suo angolo di
lavoro, da loro sapientemente preparato quasi in segreto: oggi è una
sessantacinquenne che lavora serenamente, ha superato il senso di inadeguatezza
iniziale, lo stigma dell’età che si è autoinflitta, impara tutti i giorni cose
nuove e nonostante le fatiche sente di poter dare un contributo alla macchina
comunale della sua Città.
Dimenticavo di dirti che da poco
ha iniziato a studiare la lingua russa. Non proprio la più facile, immagino. Un
altro percorso in controtendenza della nostra amica che ama profondamente la
cultura del più grande Paese del mondo aldilà degli stereotipi e pregiudizi del
momento.
A me sembra proprio una storia da
raccontare, una bella storia di resilienza, di accoglienza, di cadute e
risalite, di superamento dei pregiudizi, di inserimento tardivo nel mondo del
lavoro pubblico e per questa possibilità può ringraziare la Legge Bassanini bis
(1997), che ha abolito i limiti di età per l’accesso ai concorsi pubblici.
Le leggi e quindi i legislatori
incidono sulle nostre vite.
Per questo è importante poterli
scegliere.


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