PALESTINA 36

 

Non so dirti caro lettore e cara lettrice, se quella che leggerai si possa considerare una recensione di un film. 

Per me è molto di più e spero che lo sia anche per te che leggi.

Per me questo film è stato un pugno nello stomaco, come fu La voce di Hind Rajab e come sarà Naza. A questi film, aggiungo No Other land, sulle demolizioni di Israele in Cisgiordania, prima del 7 ottobre.

Un pugno nello stomaco, dal quale mi sono ripresa lentamente.

Un film sulla secolare vicenda della questione palestinese letta dal punto di vista dei palestinesi: la storia si svolge nel 1936, l’anno in cui iniziò la rivolta contro il mandato inglese.

I paesaggi sono meravigliosi: ampi spazi di colline dorate, campi di cotone, alberi di ulivo, villaggi dove la gente viveva semplicemente, coltivando la terra e allevando gli animali.

Bravissima la regista, Anne-Marie Jacir e gli attori. Nel film sono stati inseriti documenti fotografici dell’epoca.

La regista, intervistata dal Manifesto, dichiara:

Non avevo mai realizzato nulla di questa portata, un’impresa folle. Tutta la troupe è palestinese, i produttori. Era la nostra sfida. Ci sono voluti otto anni per trovare i finanziamenti. Nella preparazione abbiamo affrontato posti di blocco, incursioni dei coloni, impossibilità di fare sopralluoghi. Abbiamo trovato uno dei pochi villaggi ancora in piedi, iniziato a restaurarlo per riportarlo agli anni ’30. Abbiamo ricostruito terrazzamenti, coinvolto anziani contadini per piantare tabacco e cotone che oggi come palestinesi non possediamo più. Il primo giorno di riprese era programmato per il 14 ottobre 2023. Col 7 ottobre abbiamo perso tutto. Molte scene sono state girate in Giordania, ho insistito per tornare in Palestina per finire il film. Dobbiamo lottare per fare il nostro lavoro qui: come artisti dobbiamo insistere su questo. I dettagli sono importanti. L’aspetto delle pietre, i colori: sognavamo un film internazionale, ma era fondamentale fosse autentico prima di tutto per noi. Per tutta la vita ci dicono di cancellare la nostra gente, la nostra storia, la nostra identità. Quando provieni da una comunità a cui è stata rubata la memoria, ricordare diventa un atto di resistenza.

Il Manifesto 15.09.2026

La storia narra di abitanti di un villaggio palestinese, che, liberi nella loro terra, vedono arrivare degli ebrei dall’Europa: essi creano insediamenti, dapprima dove non era coltivato, ma alzano steccati e torri per controllare il territorio. Gli abitanti sanno che in Europa non li vogliono, ma non sanno il perché.

Gli inglesi proteggono i nuovi coloni, accusando sempre i palestinesi, che si vedono portare via la terra giorno dopo giorno.

Il film accusa senza riserve l’amministrazione inglese di non aver saputo svolgere un’azione diplomatica e politica per la convivenza dei due popoli, ma di aver apertamente appoggiato i coloni rispetto agli indigeni.

Le scene della violenza degli inglesi verso i palestinesi sono l’origine del senso di ingiustizia e relativa voglia di ribellarsi, che anche miti contadini e pastori iniziarono a nutrire.

La storia si snoda in particolare attraverso gli occhi di Yusuf, che spesso lascia il suo villaggio per recarsi a Gerusalemme per lavorare per due giornalisti, Amir e sua moglie, donna coraggiosa e giusta. Yusuf assiste all'uccisione di suo padre da parte dei coloni. Successivamente assiste alla cattura e umiliazione di suo fratello, che si stava ribellando all'uccisione del padre.

Un contadino come Yusuf mite e pacifico si trasforma in un resistente.



Dobbiamo tener presente la caratteristica del colonialismo ebraico, che è stato definito “colonialismo insediativo”: ovvero una migrazione che ha lo scopo di eliminare la popolazione nativa e sostituirsi ad essa.

La storia del conflitto per la terra palestinese non inizia il 7 ottobre 2023, non inizia nel 1948, inizia nel 1936.

Ho trovato molto interessante in questo film avere raccontato il problema della proprietà della terra. Il segretario del commissario inglese cerca di convincere gli abitanti del villaggio a registrare la terra e la sua appartenenza. Per i palestinesi era un fatto anomalo perché:

“secondo la concezione della terra prima dell'arrivo degli inglesi, ovvero sotto il dominio ottomano, gli individui non potevano possedere la terra come proprietà privata. Essa veniva affittata dall'impero a proprietari o contadini che vi costruivano i loro villaggi. Molti di questi villaggi erano lì da secoli. In Palestina alcuni di quei villaggi erano addirittura antecedenti all'esistenza dell'impero, ma con il nuovo regime fondiario la terra dei villaggi precedentemente affittata dallo stato, divenne proprietà privata dei possidenti. Nella visione ottomana il fatto che la terra cambiava di mano non alterava nulla nella pratica. La terra -restava inteso- portava con sé i suoi affittuari, ovvero gli abitanti del villaggio e i loro villaggi. Poiché i primi coloni sionisti volevano formare i propri collettivi agricoli i loro primi acquisti furono di terreni incolti, dove non viveva nessuno. Tutto questo sarebbe cambiato con l'inizio del dominio britannico dopo il crollo dell'impero ottomano. Alla fine della Prima guerra mondiale il movimento sionista fece appello ai governanti britannici della Palestina mandataria affinché ignorassero le consuetudini ottomane. Chiesero che gli inglesi riconoscessero che la proprietà della terra implicava per loro il diritto di sfrattare gli abitanti dei villaggi palestinesi[1].

Il film termina con una bambina del villaggio che corre per le strade di Gerusalemme andando incontro alla manifestazione di protesta contro gli inglesi.

Una speranza.

 Durante la proiezione del film ho ripensato alla mia formazione storica, agli esami di storia contemporanea, allo studio del nazismo e del fascismo attraverso autori storici di chiara fama allora come oggi, alle lezioni da docente sulla storia di Israele, iniziando almeno dalla diaspora, dovuta all'imperatore romano Tito del 70 d.c., per arrivare ai giorni nostri. Ho ripensato a quanti libri, a quante testimonianze ho letto, a cominciare ovviamente da Primo Levi, un autore che ho amato profondamente e amo profondamente per la capacità di portarci nell'inferno senza mai toccare le corde della commozione, descrivendo scientificamente e aiutandoci a sapere ciò che è successo, affinché non accada più.

E invece accade ancora. E ora sappiamo, in diretta, tutto.

Mai più.

Quante volte in questi decenni dal 1945 in poi è stato detto dai politici europei occidentali, dagli insegnanti, dagli intellettuali, dagli attivisti mai più e poi ci ritroviamo a dover assistere in diretta a genocidi nel mondo.

Impotenti.

Ricordo le manifestazioni per Gaza in tutto il mondo, ricordo che sono stati fermati i bombardamenti, ma non gli attacchi dei coloni in Cisgiordania e la vita dei gazawi è confinata tra le macerie e le tende, tra il sole cocente e il freddo, con poco cibo, niente cure, topi e malattie varie, senza organizzazioni umanitarie e senza un progetto di ricostruzione.

Non c’è pace. Molti sono prigionieri, senza diritti, nelle carceri israeliane.

Purtroppo, nella storia dell'umanità contiamo moltissimi genocidi in tutti i luoghi e in tutte le epoche.

Avremmo voluto tutti che fosse stato l'ultimo.

Mentre seguivo il film ripensavo a un mio alunno, che durante le mie spiegazioni sulla Shoah, durante la visione di Schindler’s list, non credeva a quella versione dei fatti. Mi interrogai su come poter spiegare a un bambino musulmano la storia del popolo ebraico, sentivo di fallire, di non essere adeguata visto che nelle scuole coraniche la storia veniva raccontata diversamente.

 Durante la proiezione del film pensavo all'anno 1936. È l’anno della guerra civile spagnola, dei totalitarismi, dallo stalinismo al nazismo e al fascismo, delle leggi razziali in Germania (1935), che portarono ben presto ai campi di concentramento e ai campi di sterminio. Contemporaneamente, mentre in Europa si viveva questo orrore, gruppi di ebrei sbarcavano in Palestina, appoggiati dalla gran Bretagna e iniziavano l'opera della costruzione dello stato di Israele in terra palestinese, iniziavano l'opera di conquista.

 Non profughi in cerca di casa, di libertà, in pace con gli abitanti del luogo, grati per l’accoglienza, bensì insediamenti di colonie allo scopo di fondare lo stato di Israele.  Tutto avviene contemporaneamente: da un punto di vista geopolitico è chiaro che non è un caso, è chiaro che è voluto dall’Inghilterra e dall’America successivamente e dopo il 1945 da tutta l’Europa, che visse un grande senso di colpa, per non aver saputo proteggere gli ebrei: sei milioni di ebrei morti nei campi di sterminio.

"Ricordiamo che nel 1938, quasi tutti i paesi, nella conferenza di Evian, avevano chiuso agli ebrei le loro frontiere, lasciano il mondo ebraico europeo nelle mani di Hitler"(Anna Foa, pag. 25)

Ricordo che Gaza durante gli attacchi israeliani era blindata, nessuno poteva uscire ed entrare.

 È chiaro che oggi come allora pochi si preoccuparono delle condizioni del popolo palestinese, che ben presto venne messo in minoranza, defraudato della propria terra, dei propri diritti, obbligato a mostrare già allora, nel 1936, i documenti per attraversare le proprie terre recarsi nei propri villaggi, andare a Gerusalemme, già allora imprigionati, sfrattati.

Per l’Occidente, ieri come oggi, la ragione politica è avere uno stato occidentale in terra araba. Lo chiamano l’unico stato democratico, ma  manca l'essenziale per essere democratico: il rispetto dei diritti umani.

Gli ebrei per difendersi hanno bisogno di uno Stato, è chiaro, ma è altrettanto chiaro che da vittime del nazismo sono diventati carnefici dei palestinesi.

A scriverlo sono i giornalisti israeliani nel 1956, a proposito dell'eccidio di Kfar Kassem, con  titoli come "diventeremo come i nazisti" (Anna Foa,pag. 37).

Il filosofo Leibowitz negava ogni diritto divino degli ebrei alla terra di Israele e sosteneva che l'occupazione avrebbe avvelnato l'animo degli israeliani trasformandoli in giudeo-nazisti. (Anna Foa p. 41).

 Siamo nel 2026, tre anni dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre e l'inizio della reazione di Israele, che ancora non è terminata.

Il sogno di due stati è stato ucciso in questi tre anni.

 Anna Foa scrive che quello che sta accadendo è un vero “suicidio per Israele”.[2]

Ovviamente consiglio la visione del film.

 

 



[1] Ilan Pappè, Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina, Fazi editore 2024 pagina 23 24

[2] Anna Foa, Il suicidio di Israele, Laterza,2024

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