NAZA
La parola Naza deriva da Nezek
Agavi, che significa in ebraico danno collaterale.
Ieri è stato il primo giorno di
proiezione nei cinema torinesi di Naza, documentario che ha vinto a Venezia
2026 il premio speciale della giuria.
A Venezia, al termine della
proiezione, i presenti hanno applaudito per 25 minuti di seguito, alzandosi in
piedi.
Sono andata a cinema con la morte
nel cuore: scegliere di vedere film che trattano di genocidi, guerre,
distruzioni è una scelta che ritengo necessaria, ma so che mi fa soffrire,
anche se so, anche se ho letto e visto. È il potere del cinema.
Arrivando ho visto una lunga
fila, la sala era piena. Molti hanno lo stesso mio bisogno: esserci. Così a
Torino, come a Roma e spero altrove.
Durante la proiezione non è volata una mosca:
il silenzio era totale.
La telecamera riprende Tel Aviv
di notte, con i suoi grattacieli, le superstrade e le finestre accese nelle
case. Si intravedono le persone nei loro gesti quotidiani, camminare con gli
infradito, togliere le briciole dal tavolo della cucina dopo cena, guardare la
tv sdraiati sul divano.
Su un tetto, protetti dal buio,
24 persone, fra militari e membri dell’intelligence, raccontano come si svolgeva
la decisione e l’esecuzione della distruzione di case, di palazzi a Gaza, dove
oltre al presunto terrorista vi erano anche i familiari, tra cui sempre tanti,
troppi bambini (2023-2025). I tecnici
ascoltano le loro voci dai telefonini, tutti sotto controllo israeliano: se un
bambino pronunciava la frase papà sta tornando a casa, quella era la frase
chiave, si sganciava la bomba. A morire erano i Naza.
Dopo la guerra dei 6 giorni del
1967, quando Israele occupò anche Gaza, si preoccupò di fornire i collegamenti
telefonici alla popolazione, non per filantropia, ma per controllarli.
Il regista chiede se qualche
volta hanno avuto dei dubbi: nessun dubbio, se dobbiamo distruggere Gaza,
qualcuno deve farlo. Obbedisco agli ordini. Mi fido del sistema.
Qualcuno racconta delle uccisioni
di civili che correvano verso il cibo, ma sbagliando la strada che gli israeliani
avevano deciso essere quella corretta. Chi, invece che sul ponte, correva nella
valle, moriva. Naza. Era divertente.
Qualcuno racconta di uccisioni
per aver varcato una linea ideale, magari per andare a cercare qualche effetto
personale nella casa distrutta. Naza.
È un genocidio? Chiede il
regista. Sì, certo che è un genocidio.
Un altro racconta che uccidere
era divertente e poi usa un termine che mi ha spaventato: ha parlato di “estasi”.
Uccidere masse di esseri umani lo mandava in estasi. Questo individuo non
conosce il significato di questo termine estasi, che è lo stato mentale più
spirituale che l’uomo possa sperimentare, dopo lunga preparazione. Di
spirituale, uccidere gli esseri umani, non ha proprio nulla.
Spero per lui che si fosse
drogato per fare ciò che ha fatto, uccidere migliaia di persone civili,
indifese, intrappolate.
Un altro crede che i nazisti
siano il male assoluto, ma si chiede cosa sono io?
Ne avete uccisi a decine? No,
a migliaia. Non sappiamo quanti. Vedevo solo cadaveri, fosse piene di cadaveri.
Solo al termine del film
assistiamo alla ricerca di uomini e donne vive sotto un palazzo bombardato.
Piedi, gambe, corpi schiacciati. Nessun lamento, solo quello di un padre, un
papà appunto, che chiama suo figlio e dice di non sentirlo, che scava con le
mani, sposta massi, inutilmente.
C’è tanto buio nel film, tanto
nero e non credo sia un caso.
È il nero dei cuori di questi
uomini, di un popolo che continua a vivere accanto a Gaza distrutta.
Alla fine, silenzio, ancora
silenzio. Si fatica ad alzarsi, non ci si guarda neanche. Non si trovano parole
per la banalità del male che era già stata descritta benissimo da Anna Arendt. Sono
gli stessi ragionamenti e la stessa freddezza ed indifferenza dei nazisti.
Al botteghino una lunga fila
attende di entrare in sala.
Per tre giorni sarà nelle sale
delle città italiane. E in provincia? Non so perché solo tre giorni, comunque
lettore e lettrice, vi invito ad andare a vederlo, per sostenere i due
coraggiosissimi registi israeliani che sono stati minacciati, che rischiano di
essere perseguitati, Rachel Szor e Yuval Abraham.
Due israeliani che non vogliono
essere confusi con gli assassini. Gli israeliani contrari alla politica del
governo israeliani ci sono e vanno ascoltati da parte del mondo libero, se è
libero, perché anche noi dobbiamo farci tante domande.
Chi è libero oggi?
Chi non è spiato attraverso il
telefonino?
Cosa possiamo fare per la libertà? e per la Pace? Sono una in stretta relazione all'altra.
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