LE NOSTRE OLIMPIADI INVERNALI

 



No, non sono un’atleta.

Non lo sono mai stata, ma conosco le virtù dell’atleta, la costanza, l’impegno, la dedizione, la motivazione, il lavoro di squadra, l’allenamento.

Scrivo di un altro tipo di olimpiadi, ma prima abbi pazienza e leggi questo breve excursus, necessario per me.

Da ragazzina mi piaceva tantissimo giocare a pallacanestro: giocavo nella squadra della mia scuola, due allenamenti a settimana, alle 15, per un’ora e mezza. La squadra si chiamava Esperia. A dire la verità era l’unica attività sportiva che mi fu concessa, a parte qualche anno di danza classica, anno o mesi, chissà. Il mio mito era Carla Fracci, volevo essere come lei, ma mia nonna, nata nella seconda metà del 1800 in una famiglia molto borghese, saputa la mia idea di diventare ballerina, mi proibì di pensare ad una possibilità simile. Mamma mi ritirò dalle lezioni di danza.

Durò pochissimo la mia vita da atleta in fieri. Mi innamorai di un ragazzo quando frequentavo la terza scuola media. Avevo treccine e calzettoni bianchi. Ero ingenua e molto controllata da mia mamma. Non potevo mai uscire.  E così iniziai a non andare agli allenamenti. Succede così quando vieni privato della libertà: inizi a trovare delle alternative, perché la libertà è per la psiche, come il pane per il corpo. Il mio ragazzo non si pose il problema che stavo rinunciando all’unica attività sportiva della mia vita da giovane, lui era libero, non doveva rinunciare a nulla per vedermi.

Erano anni in cui era strana una ragazza con i pantaloni.

Io portavo i pantaloni, ovviamente.

Non capii che stavo togliendomi l’ossigeno: nessun allenamento, nessuna convocazione alle partite, nessuna amicizia. E così finì una carriera non ancora abbozzata. Eppure, mi piaceva tantissimo giocare a pallacanestro.

Il mio corpo e le sue meraviglie le ho scoperte a cinquanta anni, grazie alla pratica dello yoga. Ma questa è un’altra storia.

Quindi è chiaro che non sono una sportiva, ho sempre privilegiato, nella scala dei valori, l’amore prima, i figli e il lavoro dopo. Scelte molto strane di questi tempi.

E allora? Che c’entro io con le Olimpiadi?

La mia storia si interseca con le Olimpiadi invernali del 2006 di Torino.

Ricordi la serata dell’inaugurazione? Una mia allieva era addirittura nel corpo di ballo e sarebbe stato bello assistere all’inaugurazione.

Mio marito mi aveva comprato, facendo una fila lunghissima al gelo, in piazza Castello, i biglietti per assistere alle gare del pattinaggio artistico.

Qualche giorno dopo mi interrogai a lungo su quella fila, quel freddo e quei biglietti tanto desiderati. È stato quel freddo a provocare il danno?

Ecco, io non ricordo nulla, anzi ricordo la serata dell’inaugurazione.

Ricordo che mio marito fu ricoverato il giorno prima all’ospedale San Giovanni Bosco di Torino per aver avuto due TIA (attacco ischemico transitorio) a distanza di poche ore, con perdita del linguaggio, temporanea. Ricordo che la sera i nostri figli portarono una televisione in ospedale per vedere insieme a lui lo spettacolo dell’inaugurazione. Io rimasi a casa, ero stravolta. Non sapevamo come sarebbe andata la sua vita, la nostra vita. La carotide sinistra era completamente occlusa, dissero. Non si poteva intervenire.

Io accesi la tv, ma non vidi nulla. Ero immersa in pensieri ed emozioni troppo forti, stava iniziando la nostra personale olimpiade, quella della resistenza alla malattia, alla disabilità, alla solitudine, al silenzio, alla rabbia, alla incomprensione, alla frustrazione, alla fine dell’attività lavativa, alla fine della famiglia così com’era stata fino ad allora, alla fine della speranza di fare in futuro tutto quello che non avevamo fatto fino ad allora per crescere i figli e seguire i genitori anziani e malati. Sempre la stessa storia, le famose priorità della vita, per cui noi lavoravamo e ci prendevamo cura di chi aveva bisogno di noi.

Ci vuole tanto allenamento per certe olimpiadi: nessun fotografo, nessun regista, niente tv, niente interviste. Solo coraggio, resistenza e visione.

Sì, visione. E ora ti spiego.

La mattina dopo era un sabato. Provai a telefonargli, ma non rispondeva.

Telefonai in reparto e mi dissero che andava tutto bene

L’orario di visita iniziava alle 12.30 e ci presentammo tutti e tre a quell’ora.

E trovammo un uomo spaventato e muto. Una emiparesi destra. Le medicine sul tavolino. Gli occhi spalancati.

Andava tutto bene.

Da quel giorno nulla è stato come prima.

Sono trascorsi venti anni da quel sabato mattina.

Non andai a vedere la gara di pattinaggio su ghiaccio e non so chi vinse. Non so proprio nulla delle vittorie delle Olimpiadi che hanno reso famosa Torino nel mondo.

I miei alunni mi raccontarono delle serate in centro, della massa di gente che girava, ero allegri, io no.

L’afasia è una disabilità invisibile e sconosciuta: conoscenti, nei giorni successivi alle dimissioni, mi dissero che Franco stava bene.

Che dire loro?

A te piacerebbe non poter leggere un messaggio, una e-mail, un documento, un libro, perché quelle parole sono diventate a te estranee?

A te piacerebbe non poter scrivere una lettera, una e-mail, un biglietto di auguri, un messaggio sul telefonino?

A te piacerebbe essere straniero ogni giorno della tua vita perché quella lingua che era la tua lingua madre, ora è a te totalmente estranea?

A te piacerebbe non poter spiegare come ti senti, cosa provi, cosa vorresti o ricordarti i nomi delle persone care?

Ti presento l’afasia. Un mostro che ti isola improvvisamente da tutto e da tutti.

Però Franco cammina. Me lo ripetono, con stupore.

Sì, cammina. Per fortuna.

Sta bene, Franco?

Sì, sta bene.

 I figli hanno vissuto tutto con noi, ci sono stati vicini, hanno aiutato quando la confusione, la tristezza, la paura ci avvolgevano.

Poi sono andati per la loro strada e noi abbiamo continuato a cercare bellezza e armonia, per stare bene. Yoga e camminate nella natura. In silenzio. Ringrazio il Maestro James, che ci ha insegnato a respirare, e a ritrovare il nostro centro.

Le olimpiadi invernali sono tornate in Italia, questa volta a Milano/Cortina.

E l’altra sera eravamo in salotto, da soli, entrambi i figli da moltissimo tempo vivono la loro vita di adulti, padri e mariti, a guardare lo spettacolo da San Siro.

Che emozione. Venti anni dopo le nostre olimpiadi. Quelle personali, senza fotografi, senza giornalisti, senza coppe.

Questa inaugurazione la ricordo bene.

 Venti anni in cui mio marito non ha mai mollato: la riabilitazione è quotidiana. Non si torna mai come prima.

L’ictus è la prima causa di disabilità.

Prevenirlo è un dovere per il singolo, per la famiglia, per la società.

Sono grata: l’esito dell’ictus poteva essere infausto, oppure la disabilità poteva essere non solo cognitiva ma anche motoria.

Sono molto grata alla logopedista, Donatella Verrastro, una luce nel momento più buio della nostra vita. Ci ha accolti, ci ha consigliato, lo ha seguito e ora, quando la incontriamo, l’abbraccio e la bacio come si fa con una vera amica.

Sono molto grata a chi ha messo a disposizione energie e sensibilità per accompagnare gli afasici nella loro nuova vita, ovvero la Dott.ssa Maria Teresa Molo, di cui scrissi nel blog anni fa, a cui la Città di Torino ha riconosciuto il titolo di Benemerita per la sua azione a favore degli afasici e non solo. Grazie alla Fondazione Molo sono nati progetti all’avanguardia, come Vie d’Uscita con la Fondazione Sandretto e molti altri.

Sono molto grata al CIRP ed in particolare al dott. Stefano Monte, il primo, dopo un anno e mezzo di straniamento, che mi ha parlato con comprensione e umanità, perché se la vita cambia per coloro che hanno subito l’offesa dell’ictus, la vita cambia tanto anche per chi rimane accanto a loro, ma soprattutto gli sono grato perché da quel giorno del luglio del 2007 ha sempre progettato attività adatte agli afasici, attività che hanno permesso a mio marito, così come agli altri amici, di tornare a essere protagonisti della loro vita, al di là della comunicazione verbale, usando altri canali comunicativi, altrettanto potenti.

Sono molto grata alla soprano e maestra di canto Simonetta Minervini, che accettò la sfida di dare la possibilità a Franco di cantare. Hai letto bene: cantare. Ti chiederai come sia possibile per un afasico cantare ed invece è possibile, eccome. Hai visto il film sul re balbuziente? Re Giorgio VI, il film si intitola “Il discorso del Re”. Guardalo e capirai.

Il cervello è meraviglioso e se una parte viene offesa e non funziona più, altre possono compensare, sostituire. Bisogna allenarle. Come tutto.

Simonetta è stata una maestra e un’allenatrice. Ha avuto una grande pazienza e tanta costanza, ma soprattutto fiducia. E ha vinto. Lei e Franco. Insieme. La prima volta che ho sentito mio marito cantare Nel blu dipinto di blu, mi sono commossa e con me tutti coloro che sapevano le difficoltà che aveva e ha per pronunciare una parola, una sola.

La pandemia ha interrotto questo percorso e Simonetta ci manca a tutti e due, tantissimo.

Sono molto grata all’A.IT. A, nazionale e regionale, perché organizza momenti di aggregazione, fondamentali per non restare soli. Nel corso della vita gli amici prendono altre strade, altri interessi e se sei disabile, è ancora più facile restare soli. L’A.IT. A è una associazione di amici, dove i caregiver possono confrontarsi sulle loro difficoltà di relazione con i loro cari e dove gli afasici possono essere sé stessi, senza doversi giustificare, mi scusi, sono afasico, per favore parli lentamente, mi scusi, non posso scrivere, mi scusi, non leggo, mi scusi, non ho capito.

Ecco, nessuno deve scusarsi a casa Aita, così chiamiamo un grazioso appartamento nel quartiere della Crocetta a Torino, il nostro nido, dove si può semplicemente essere sé stessi. I volontari e le volontarie dell’associazione sono bravissimi a trovare il modo per far vivere momenti di gioia e serenità ai loro soci. Importantissimo il progetto di visite a musei e mostre, che da anni riconosce all’arte il potere di essere curativa, così come alla musica. Veicoli veri e propri di benessere.

 Qualsiasi malattia entra nella propria vita, senza chiederti il permesso, senza avvisarti prima, ti allontana dagli altri, che ti allontanano: l’esistenza di associazioni dedicate sono fondamentali per non rimanere soli. Fondamentali.

Soprattutto sono molto grata a mio marito, che dopo aver subito l’ictus a 57 anni, in piena attività lavorativa, non ha mai smesso di credere in sé stesso, ha sempre voluto partecipare a tutto, essere attivo e affrontare le sue difficoltà, senza deprimersi, a volte con un po' di rabbia e a volte con grinta. La vita offre altre possibilità, fa scoprire aspetti inediti di sé, quando non si è più costretti a correre. È stato cantante, attore, fotografo, lettore ad alta voce: attività mai svolte nei primi 57 anni di vita.

Infine, sono tanto grata agli amici, quelli che non sono scappati, quelli con i quali condividere una partita a carte, lenta, molto lenta, una mostra d’arte o una camminata.

Franco dice: un attimo, un attimo, tentenna, guarda e riguarda le carte e poi, alla fine, vince e noi con lui.

La Vita, quella che ci circonda, quella in cui siamo immersi, la nostra, quella dell’erba che cresce nelle crepe dei muri, quella che nasce in una tendopoli a Gaza, quella che resiste nel gelido inverno ucraino, quella che resiste dovunque la morte vorrebbe distruggerla, la Vita perché semplicemente c’è, la Vita è tutto.

Le nostre Olimpiadi continuano. Senza fotografi, senza registi, senza giornalisti, senza clamore, senza coppe, giorno dopo giorno, parola dopo parola, sguardo dopo sguardo, a volte si sorride per le incomprensioni, a volte no: è tutto questione di allenamento.

Non è facile. Si cade e ci si rialza. È questione di allenamento.

 

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