Un mondo senza angoli
Arrivare, a 1550 metri, il 26 dicembre, è stato non facile.
Resto una cittadina. Una donna che ama la natura, ma la conosce poco. E forse
proprio per questo desidera entrarci dentro, lasciarsi avvolgere, per poi
averne timore: si teme ciò che non si conosce davvero.
Sono
diventata una cittadina strana, ormai.
Infastidita dalle puzze delle città, dall’aria ferma, dalle costruzioni che
bloccano lo sguardo, dalle file umane di persone scortesi e tristi. Vicini con
i corpi, lontani con le menti.
Desidero spazi larghi, dove gli occhi possano vagare senza urti, saziandosi di
bellezza. Desidero silenzi, rotti solo dal rumore dei passi sulla neve. la moto slitta, che porta i pigri e a a volte giovani clienti del Rifugio, mi infastidisce per il rumore e per l'odore. Desidero i saluti brevi e gentili tra sconosciuti che si incrociano
sui sentieri alpini. Desidero l’aria profumata.
Oggi
non potrei sciare.
Le code, le attese, lo sci di massa. Corpi che scivolano insieme sulle piste,
miracolosamente senza scontrarsi. Altri corpi che si ammassano nei rifugi,
davanti a un piatto caldo, davanti a un bagno.
Non lo concepisco più. Non concepisco che ci si possa divertire sapendo di
ferire la natura.
Mi sembra follia.
So bene che le follie del mondo sono altre, più grandi,
più gravi.
Eppure penso che dovremmo imparare a stare su questa Terra con leggerezza, come
si cammina sulla neve fresca: lasciando il segno, sì, ma senza devastare.
Sono arrivata in macchina — qui non arrivano treni, né
autobus — e l’auto pattinava sulla neve caduta nelle ultime quarantotto ore.
Il paesaggio era di una bellezza irreale. Bianco. Immobile. Intatto. Pulito. Silenzioso.
La neve arrotondava ogni cosa: camini, tetti, alberi, automobili. Tutto perdeva
gli spigoli, tutto diventava morbido, accogliente. Un mondo senza angoli.
Non so se hai mai osservato la firma di Trump: piena di
punte, di ferite grafiche. Anni fa studiai la scrittura e il significato delle
grafie angolose, ma una firma così non l’avevo mai vista.
La rotondità invece — nella scrittura come nel paesaggio innevato — parla di
quiete, di calma, di accoglienza, di gentilezza.
Poi la neve ha iniziato ad andarsene senza fare rumore.
Si ritira piano, come fanno le cose che non vogliono ferire.
Resta negli angoli d’ombra, resiste dove può, poi cede al sole, al vento.
Il paesaggio perde la sua rotondità, tornano gli spigoli,
le linee dure.
E in quel mutamento riconosco qualcosa di mio: anche io mi arrotondo per un
tempo breve, poi la vita mi attraversa, mi incide, mi rende anche spigolosa.
Da neonati si è rotondi.
Forse abitare questa Terra significa proprio questo:
accettare di non restare intatti. È impossibile, c’è il mondo al di fuori di
noi che calpesta, come gli scarponi, gli sci, gli slittini.
Lasciare impronte nella neve e in noi.
La neve se
ne va in silenzio, come un sapere antico che non ha bisogno di parole.
Non oppone resistenza, non chiede nulla. Si scioglie, e nel farlo insegna. A volte
torna ad indurirsi e a diventare ghiaccio. A volte la neve si ammucchia, sotto
la spinta del vento. Il vento sposta, ammucchia, crea.
Tutto cambia.
Sempre.
Resta
nell’aria un tempo sospeso, come se il paesaggio trattenesse il respiro.
Gli spigoli riemergono, le forme si induriscono, ma qualcosa è già passato
attraverso di me.
Abitare
questa Terra non significa possederla, né attraversarla lasciando segni
profondi.
Forse significa imparare il gesto della neve: comparire, trasformare, poi farsi
da parte, inevitabilmente.




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